Marmellata di abbracci

Marmellata di abbracci

Io credo che un abbraccio faccia bene tanto quanto tutte quelle dannate porzioni di frutta e verdura che bisognerebbe mangiare in un giorno per campare fino a 100 anni.
Chissenefrega di mangiare frutta e verdura, quando esistono gli abbracci. Che senso ha poi vivere quei 100 anni grazie a mele e pere, se poi quando sto per piangere non posso farlo tra le braccia di qualcuno.
Un melone non ha mai abbracciato nessuno, e anche se spesso la frutta è migliore delle persone, non c’è niente che possa sostituire la meraviglia dell’abbracciarsi.
Anche l’abbraccio di uno stronzo a volte è meglio di un kiwi o una pesca o un’albicocca.
Io ci ho provato a non farmi mai abbracciare, sabotandomi a tal punto da convincermi che fosse meglio la frutta, ma non mi è andata molto bene.
La frutta col tempo mi è diventata indigesta.
Gli abbracci invece, anche se di fretta, o tra le lacrime, no.
E ogni volta è un allungare di un giorno la vita.
In fondo è a questo che servono.
A tenerci stretti.
Qui, ora e per sempre.
 
Con la frutta sarebbe solo marmellata.
Casini e passeggiate

Casini e passeggiate

Quando ho dei casini, sono solita farmi una passeggiata.
E con casini intendo quelli tipici femminili, che possono andare dall’amore a non si sa bene cosa; quelli insomma che hanno un capo ma mai veramente una coda.
E oggi, visto che mi sento di avere dei casini, sono andata a camminare. Mi sono infilata le mie scarpe da tennis e mi sono diretta verso la campagna – non sopporto restare in paese quando ho dei casini e non so se riuscirò a risolverli in fretta.
Mentre camminavo pensavo ovviamente a loro e a come poter ritornare a casa senza averli ancora addosso.
Mi sono ritrovata a pensare se tutti quelli che vanno a correre o a camminare hanno dei casini come me, o se invece fanno quello che fanno perché gli piace e basta – ammetto di aver pensato di fermarne qualcuno e chiederglielo.
Il fatto è che già camminare è una faticata, farlo con un peso sulle spalle ancora di più.
Ma c’è da dire che farlo in campagna è tutta un’altra cosa.
Anche avere i casini in campagna è diverso che averli in paese, e avere la possibilità di andarseli a risolvere in mezzo a una stradina ghiaiata tra rane bue e aironi, non è poi così male.
Mio nonno mi diceva sempre che non c’è posto più bello al mondo delle nostre campagne. E forse aveva ragione.
Certo è che se oggi fosse ancora vivo e fosse venuto in campagna con me a fare una passeggiata, i casini me li avrebbe fatti passare facendomi zappare e non contar le nuvole.
Ma lui oggi non c’è e io mi sono dovuta accontentare di raccontarmi ai papaveri nei fossi.
Camminando e pensando che, una volta tornata a casa, i miei tormenti avrebbero profumato meno di sfiga e più di polvere e erba di campo.
Almeno fino alla doccia.

Lettera a John Fante

Lettera a John Fante

In giornate invece deliranti come quelle di oggi, sono solita scrivere lettere a grandi artisti defunti.
Il più delle volte a John Fante, ma è capitato anche di scrivere a Jeff Buckley o a Gene Kelly.
Per non smentirmi, oggi ho rivolto le mie lamentele a John Fante.
Caro John Fante,
sono sempre io che ti scrivo.
La pazza che ogni tanto ha bisogno di scrivere a un morto. E non a un morto qualunque, ma ad esempio a uno come te, che sei un morto di un certo livello. Come va? Immagino bene, visto che tu sei morto e degli affari di noi poveri mentecatti ancora in vita, poco t’importa.
Ti scrivo per le solite cose. Per ricordarti ancora una volta che i tuoi romanzi sono per me fonte di grande ispirazione, che sono fra le letture più belle che io abbia mai fatto e che Arturo Bandini è il nome che vorrei dare a mio figlio, ma vista la problematica del cognome, credo lo darò solo al prossimo gatto che prenderò, se per te può bastare.
Dicevo della grande ispirazione che i tuoi testi mi hanno sempre dato. A leggerti troppo, credo però di aver sviluppato un antipatico bipolarismo. Potrebbero anche essere gli ormoni, non ci metto la mano sul fuoco, ma credo di più nell’essere affetta dalla sindrome di Bandini.
Alterno altissimi picchi di ambizione sfrenata a deprimenti buche di terribile inconsistenza morale. Passo insomma dal voler diventare una scrittrice brava quanto te, a discutere con me stessa della tonalità delle pareti di casa.
Sia chiaro che mai riuscirei a diventare come il grande John Fante, o tanto meno eguagliare il tuo genio, ma grazie a Dio i sogni sono ancora gratis e non subiscono l’inflazione, le accise o altre inutili tasse.
Per questo dico di soffrire della sindrome di Bandini, e credo che in parte sia per colpa tua. Non sono intenzionata a far causa alla famiglia Fante, benché sia davvero convinta che il grosso danno alla mia integrità mentale sia stato causato dalla tua scrittura; dal tuo aver saputo scrivere le cose come vorrei saperle scrivere io oggi, dal tuo cane Stupido al Balsamo Sloan che spesso sono tentata di chiedere in farmacia.
Sul serio, non potevi davvero fare il muratore o lo scalpellino? Il giorno che hai deciso di voler fare lo scrittore, perché non sei andato come tutti al cinema o in giro a ubriacarti o in un gattile ad adottare una cucciolata sfigata di mici pulciosi?
Perché John? Perché io debbo ridurmi a scriverti come fossi il mio migliore amico? Quando anche io potrei, ad esempio, farmi vedere da uno bravo o andare in un gattile a prendere quella dannata cucciolata di mici pulciosi che non hai preso tu perché volevi diventare un grande scrittore.
Me lo spieghi?
Perché vorrei davvero smettere di sentirmi come Arturo Bandini senza essere davvero Arturo Bandini.
O smettere di essere Mara Munerati senza aver prima compreso chi sia davvero Mara Munerati.
(sì, questa ultima frase dà da fare un po’ anche a me, ma è un po’ ad effetto).
Quindi, visto che per ovvi motivi di non-vita non riuscirai mai a dare una risposta a questi quesiti, taglio corto e ti saluto.
Ho un soffitto di un colore indefinito che attende un mio parere a riguardo.
Stammi bene.
Con devota follia
Mara

Jeff Buckley torna a casa

Jeff Buckley torna a casa

Ho bisogno che ritorni in vita Jeff Buckley.
Il tempo di un nuovo disco, un nuovo tour, una possibilità di vederlo dal vivo.
Ho bisogno di imparare a memoria altre sue canzoni, piangerci sopra quando sono triste e piangere ancora perché sono bellissime.
Ascoltare il cd mille o duemila volte, e commentarlo da vera profana giustificando magari il suo modo di essere diventato più pop con un innamoratissimo “Vabbè, ci sta.”
Cercare su internet nuove date, accorgermi che sono solo all’estero e piangere perché la più abbordabile è un’infrasettimanale a New York.
Telefonare a tutti gli amici ai quali potrebbe interessare e supplicarli di trovare un modo per attraversare l’oceano di mercoledì sera, riuscendo a rientrare in ufficio in orario al massimo per il giovedì pomeriggio.
Ricominciare a piangere perché sarebbe davvero una cretinata anche solo il pensiero di rientrare da New York appena 7 ore dopo la fine del concerto, e chiedere scusa a tutti gli amici per la crisi isterica propinata senza pietà.
Ma io ci proverei lo stesso – da fifona che sono, mai riuscirei ad affrontare un’ansia simile senza qualcuno al mio fianco. Morirei certamente al check in dell’aeroporto o verrei arrestata per aver dimenticato il mio zainetto nel bagno delle donne, perché nel frattempo sarei già andata al cesso almeno 15 volte.
E poi le telefonate preoccupate di mia madre, di mio padre, del papa e i sensi di colpa per aver lasciato a casa la gatta.
Quindi forse non è proprio il caso che Jeff Buckley torni in vita.
Ma a volte è bello anche solo pensarlo.

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Case rumorose

Case rumorose

Quando passo una brutta giornata trovo confortante anche il rumore del frigorifero. Il mio è molto vecchio e quanto a disturbo, dice parecchio la sua. Però è una compagnia davvero piacevole.
In inverno potevo dire lo stesso del bollitore, come la domenica mattina è quasi toccante ascoltare la caffettiera che prepara il mio caffè.
Non so se esitano case che non fanno rumore, e se esistono non credo che ci vorrei vivere dentro; senza una finestra che cigola, una televisione accesa o una lavatrice sul programma ECO.
Tutti rumori che, capisco, potrebbero anche farmi sobbalzare sotto le lenzuola, ma il rumore della casa è come il rumore dei film in bianco e nero, o dei vecchi vinili dei Queen di mia madre.
Disturbano con una tale grazia che sono quasi piacevoli.
E fanno compagnia.
Soprattutto al termine di una brutta giornata, quando il silenzio fa pensare troppo e si ha solo voglia di accendere un aspirapolvere per mettere tutti a tacere.
Tutti tranne il frigorifero.
Il mio frigorifero può dire la sua tutte le volte che vuole.

Essere o non essere

Essere o non essere

Non è per niente facile essere sé stessi, soprattutto quando si vorrebbe essere almeno altre dieci persone diverse.
Non che Mara Munerati non mi vada bene, ma c’è di meglio. E con “c’è di meglio” intendo attori famosi, bravissimi cantanti o persone ispiranti per tutta l’umanità.
Spesso ho sognato, ad esempio, di essere Meryl Streep ne I Ponti di Madison County, con un appassionato Clint Eastwood che mi fa la corte tra una pellicola messa in freezer e una carota da pelare. Altre volte invece ho sperato di risvegliarmi bella come Emma Stone – questo molto di recente.
Ma ho anche immaginato di vestire i panni di Woody Allen, magari nell’anno di uscita di un suo capolavoro cinematografico. Sognare di essere la Scarlett Johansson non mi è mai stato molto d’aiuto, soprattutto perché anche nella vita vera non sempre posso ambire a ruoli da protagonista tettona e sexy. Insomma, c’è chi nasce principessa e chi nasce ranocchia, poi ci sono io che con tutta probabilità non sono ancora nata. Diciamo comunque che i diademi e i vestiti bomboniera da Miss California non fanno per me. Tanto meno le gonnelline corte e gli sguardi ammiccanti – sono leggermente strabica, finirei di certo per fare l’occhiolino alla persona sbagliata.
Quindi, tutto sommato, bello il sogno di diventare una principessa, ma meglio quello di non farsi troppe illusioni.
Comunque ho sognato anche di avere il volto di Buster Keaton. Quell’espressione così malinconica, ma così malinconia, che la vita potrebbe anche essere triste come la merda che con quell’espressione lì, beh, sarei pronta ad affrontarla senza paura.
Ho immaginato anche di essere Audrey Hepburn in Sabrina solo per poter passare un po’ di tempo con Humphrey Bogart. O Gene Kelly solo per saper ballare con quel bellissimo sorriso stampato sulla faccia.
E poi Natalie Portman, Diane Keaton, Carmen Consoli, Jeff Buckley, Anna Marchesini, Agatha Christie, Ugo Foscolo, Sampei, Sailor Jupiter, Rita Pavone, Sandra Mondaini, Pingu e tanti altri personaggi più o meno famosi che ci metterei forse un mese ad elencarli tutti.
Ma la cosa che più mi piace pensare di questo mio ennesimo delirio mentale è che, in parte, penso di avere qualcosa di ciascuno di questi miei – alcuni davvero strani – idoli.
Di alcuni posso forse solo avere i capelli corti o i nei sulla schiena, ma come dicono tutti, sono i piccoli dettagli a fare la differenza.
Oppure sempre “quello bravo” da qui dovrei farmi vedere.
Ma per quello c’è ancora tempo.
Per i sogni, meglio farne finché si ha il coraggio.

Recensione libro “Io sono Dot” di Joe R. Lansdale

Recensione libro “Io sono Dot” di Joe R. Lansdale

Ci sono un’adolescenza difficile, un lavoro come cameriera sottopagata e una famiglia sfasciata che però risulta essere più unita di tante altre. Ci sono un padre che è uscito a comprare le sigarette e non è più tornato e uno zio che fa di tutto per riprendersi l’affetto di una famiglia che non ha mai avuto.

Questo e molto altro in Io sono Dot di Joe R. Lansdale edito da Einaudi.

La mia recensione per CrunchEd.

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