Giornata mondiale del libro

Giornata mondiale del libro

Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5.000 anni.
Secondo Umberto Eco leggere è vivere tante vite. Una vita vissuta senza lettura sembra quasi una vita sprecata.
Un’esistenza passata a intrufolarsi tra le pagine di un libro è invece la chiave per vivere in eterno.

Oggi 23 aprile si festeggia la “Giornata Mondiale del Libro e del diritto d’autore” istituita dall’UNESCO nel 1996.

Su CrunchEd qualche curiosità su questa ricorrenza e alcuni suggerimenti per come passarla nel migliore dei modi, in mezzo a libri e tante letture.

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Ringrazio Rossella RoRo che per l’occasione ha creato questa meraviglia. Il piccolo cavaliere di carta che ama le storie di sceriffi.

Buona giornata a tutti!

Pigrissima me

Pigrissima me

Ci sono moltissime cose che non mi piace fare e che delegherei volentieri a qualcun altro.
Piccole scocciature che mi fanno storcere il naso, brontolare e sbattere i piedi – spesso tutto in contemporanea.
La pigrizia è una seconda pelle e la mia non si abbronza neanche.
È arrogante, prepotente e vuole sempre avere ragione.
E pigrizia contro pigrizia, le lascio dettare legge.

Le piccole azioni che spesso non ho voglia di compiere si potrebbero suddividere in quattro grandi categorie:

  1. Quelle che non ho voglia di fare e non faccio.
  2. Quelle che non ho voglia di fare e le faccio fare a qualcun altro.
  3. Quelle che non ho voglia di fare oggi ma potrei averne voglia domani.
  4. Quelle che non ho voglia di fare ma per urgenza e importanza vanno fatte per forza.

Come potete immaginare la categoria che più mi dà da fare è la quarta. L’immenso mondo delle faccende che non ho voglia di fare è sconfinato, ma sono invece le urgenze, le cose importanti le vere spine nel fianco. Tutto ciò che non si può rimandare perché improrogabile e che quindi, per mia natura, viene visto come un nemico del quieto vivere.

Rientrano in questa categoria:

  • Alzarmi a fare la pipì quando non è ancora suonata la sveglia
  • Alzarmi quando bussano alla porta
  • Cambiare marcia quando l’auto davanti a me rallenta
  • Spingere sul freno quando il semaforo diventa rosso
  • Cambiare il rotolo di carta igienica quando è finita
  • Uscire da Facebook quando sto stalkerando qualcuno
  • Uscire a prendere la pizza che ho appena ordinato
  • Cambiare stazione radio quando questa ha il segnale disturbato
  • Cambiare posizione quando qualcuno al cellulare mi dice “non sento niente”
  • Ripetere le cose quando qualcuno mi dice “eh?”
  • Riaccendere le candeline perché mio nipote le vuole spegnere almeno 10 volte
  • Continuare a fare l’identikit di una persona quando i miei genitori continuano a ripetermi che no, non abbiamo capito chi è
  • Dare indicazioni stradali
  • Aspettare che l’acqua inizi a bollire per farmi una tisana
  • Mettere velocemente la spesa nei sacchetti
  • Ascoltare qualcuno mentre sto facendo i fatti miei
  • Andare in bagno quando il locale è affollato
  • Uscire e vivere quando ho le mestruazioni
  • Depilarmi
  • Scrivere questo articolo mentre ho sonno

E visto che non ho voglia di trovare un finale decente, vi lascio con un bellissimo e adorabile primo piano di un muso di un gatto.
I gatti sono davvero stupendi.

Non son mai pigra se bisogna parlare di gatti.

Progetto senza titolo

Ingrossare le schiere celesti

Ingrossare le schiere celesti

Se avete voglia di atmosfere cupe e torbide vicende, oggi vorrei consigliarvi la lettura di “Ingrossare le schiere celesti” di Franck Bouysse edito da Neri Pozza.
Ci sono un bosco, macchie di sangue sulla neve e un terribile segreto che vuole riaffiorare dopo anni.
Dalla Francia, un romanzo da aggiungere alla vostra pila sul comodino.

Ecco la mia recensione per CrunchEd.

[CONTINUA A LEGGERE]

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Ride bene chi ride e basta

Ride bene chi ride e basta

Credo sia giunto il momento di spiegarvi il perché mi piaccia tanto l’idea di poter far ridere la gente. Quindi fingetevi interessati alla cosa fino almeno alla fine del primo paragrafo.

Non credo di far perdere i sensi per le troppe risate con quello che dico o scrivo, i mostri sacri della risata sono altri, ma il concetto di “alleggerimento” della persona tramite una sana crisi di ridarella, mi affascina oltre ogni umana immaginazione.

Nascere Puffetta e anche un po’ Quattrocchi non mi ha aiutata particolarmente a credere in me stessa e a nutrire la mia autostima di bambina sognante, anzi, ha fatto sì che sviluppassi prima di tutto un disprezzo sconfinato per tutti quelli che mi prendevano in giro per la benda all’occhio e la microscopica statura, e in più uno smisurato odio per me stessa.

Voi ora vi starete chiedendo che cosa c’entrino i miei traumi infantili con le grasse risate. Abbiate pazienza, adesso ve lo spiego.

Vi dicevo che ho passato metà della mia vita a sentirmi sbagliata: troppo bassa, troppo occhialuta, troppo poco carina. I miei primi quindici anni di vita sono stati solo: staresti meglio senza gli occhiali, sai? Sei molto simpatica, ma… Ti vedo bene come amica! Mi fai tanto ridere, ma non può funzionare.
Morale della favola, se sei cessa 1) o muori alle scuole medie 2) o fai ridere così tanto da poter sopravvivere almeno fino ai drammi delle scuole superiori.

Progetto senza titolo

In un qualche modo dovevo salvar la faccia. Dopo tutti quei rifiuti e quei poco gentili “Magari vediamo come sei messa tra qualche decennio”, che cosa potevo fare?
Di morire giovane e vergine non mi andava proprio. Cadere in depressione alle scuole medie, neppure.
Erano gli anni in cui i miei genitori si raccomandavano sempre di non fargli fare brutta figura e io che ero timida e sottomessa al mondo, potevo forse deluderli?

Così ho optato per la drastica ma doverosa scelta di  passare al lato oscuro dell’adolescenza; quell’angolo muffo della classe dove ci sono i bruttini ma simpatici, gli occhialuti ma intelligenti, i timidi ma geniali, e di restarci fino a maturazione completata. Cercando di fare dei miei psicodrammi, vere e proprie commedie.

Capisco che detta così pare che mi sia autoesclusa, proclamandomi un’eroina del divertimento per mettere fine ai soprusi adolescenziali dei miei compagni – soprusi che si potrebbero ancora oggi raggruppare i tre semplici categorie: 1) le amiche alte e bionde 2) le amiche fidanzate col ragazzo che mi piace 3) i maschi fidanzati con quelle che non sono più mie amiche perché mi hanno fregato il ragazzo che mi piaceva.
La verità è che come una febbre o un virus letale fa sviluppare anticorpi, questi traumi hanno fatto crescere in me il senso dell’umorismo. Un modo leggermente disperato di trovare un lato buffo di tutte quelle ammucchiate di ormoni che non prevedevano la mia presenza.

Non vi tedierò comunque con imbarazzanti aneddoti su quei primi tentativi di aggiudicarmi il podio di scema della classe, ma è importante che sappiate che in quegli acerbi e deliranti sproloqui pieni di parolacce, sta il motivo di questo mio devoto attaccamento alla risata. Non c’è niente che non abbia un lato divertente, un lato buffo, un lato su cui poterci ridere sopra o fare una battuta.

Per questo mi sono inventata la maggior parte delle cose che vi ho appena raccontato su di me – SIMPATIA PORTAMI VIA – per riderci sopra quando, in realtà, a quei tempi non c’era proprio un cazzo da ridere.

Ma fingere di essere stata una paladina della risata ha sempre avuto un non so che di davvero figo. Almeno tra i miei inventati ricordi di disturbata.

Purtroppo per me, sono sempre stata una gran frignona, ma immagino sia stata colpa di tutti gli ormoni che non ho potuto sfogare tra i banchi di scuola.

Ma oggi posso riderci sopra.

Le paure hanno le gambe lunghe

Le paure hanno le gambe lunghe

Le mie paure hanno le gambe lunghe. Per questo motivo, io che sono bassa, rimango sempre indietro facendo vincere loro. Vorrei potermi giustificare dicendo che mi piace dar loro vantaggio per bruciarle, con un’altetica rimonta, a pochi passi dall’arrivo, ma non è così. E’ più il contrario, a dire la verità. Ma vi giuro che sono davvero altissime queste paure. Mi ricordano tanto quell’atleta croata campionessa di salto in alto: Blanka Vlasic. Un metro e novanta di gambe e potenza. Due occhi di ghiaccio e una grinta che, ne avessi anche solo un centesimo, Mondo levati!

Le bastavano due falcate per raggiungere l’asta da saltare.
Cadeva sul materasso e si rialzava più agguerrita di prima.
Era davvero uno spettacolo guardarla gareggiare per la medaglia d’oro.

Progetto senza titolo

Ecco, le mie paure hanno la stessa tempra di Blanka Vlasic. Questo non fa molto onore alla pigra persona che sono, ma regge bene il paragone per spiegarvi il mio forte disagio nel correre accanto a mostri del genere.

Perché corri allora, mi chiederete voi.

Corro perché, nonostante io sia nata con l’altezza valida per avere ancora sconti nei parchi divertimenti, nutro ancora il forte desiderio di vincere una medaglia al salto in alto. Non sarò mai una Blanka Vlasic, perché sono le mie paure quelle alte, belle e forti come lei. Ma io voglio almeno arrivare all’asta e passarci sotto. Rimbalzare sul materasso e scendere in pista carica come una vera atleta.

Sempre che riesca a cadere in piedi e non di faccia.

Ma la storia dei miei piedi grandi, magari ve la racconto un’altra volta.

ps: so che la foto sembri non c’entrare niente con l’articolo, ma se guardate bene, tra l’erba alta, potrete scorgere una ragazza di un metro e cinquanta che corre. Quella sono io.